Carol Rama: anatomia di un arcano
«È noto che Torino, la più regolare, la più pignola, la più svizzera città d’Italia, produce ogni tanto dei matti che più matti non ne esistono in tutto il mondo. Lo disse Vittorio Alfieri, che di questi matti fuori serie era il numero uno. Lo sapeva Massimo d’Azeglio, che con le sue stravaganze giovanili aveva scandalizzato non poco la contegnosa aristocrazia sabauda. In questa razza di matti subalpini un posto d’onore spetta alla pittrice Carol Rama».
Era il 1985 e, con queste parole, il musicologo torinese Massimo Mila omaggiava l’artista e grande amica Carol Rama che di lui eseguì un affascinante quanto malinconico ritratto realizzato in gessetto, china e sette denti conservati in una busta turchese, recapitati dalla pittrice dal medesimo “Prof. Mila”.
“Carol Rama è un luogo vasto e inesplorato” scrisse, nello stesso anno, la critica d’arte Lea Vergine, curatrice, nel 1985, della prima antologica su Carol Rama, organizzata dal Comune di Milano e allestita dall’architetto Achille Castiglioni nel mezzanino della metropolitana sotto il Sagrato del Duomo. Già nel 1980 Vergine aveva inserito Rama tra le protagoniste de L’altra metà dell’avanguardia. 1910-1940, grande mostra collettiva fondamentale per una prima individuazione e valorizzazione del lavoro delle artiste, dal cubismo alle neoavanguardie. Nonostante avesse studiato a fondo la sua pittura, e riportato alla luce le sue primissime opere – gli immaginifici, conturbanti e “scostumati” acquarelli datati tra il 1936 e il 1941 –, Lea Vergine riconobbe subito la natura enigmatica, e quindi non del tutto sondabile, di Carol Rama, salita sul palcoscenico dell’arte come una creatura immensa, incontaminata, di una spaventosa verginità. Nella primavera del 1981, in un incontro con gli studenti della facoltà di architettura di Milano, Rama affermò che «un artista è sempre qualcosa di ambiguo» e che, qualora la sua arte assumesse una forma spiegabile, precipua, l’artista che è in lei, l’artista che è lei reagirebbe con uno spiazzante e impietrito terrore perché ogni forma d’arte è, per suo statuto, figlia dell’ambiguità.
Olga Carolina Rama nacque nel 1918 a Torino dove morì nel 2015 a novantasette anni, nella casa-studio di Via Napione 15. Nel 2025, a distanza di dieci anni dalla morte, è proprio la sua città natale – quella “città suicidale e metafisica”, come la definì Lea Vergine – a renderle omaggio con una mostra, aperta dal 15 aprile al 24 settembre 2025 presso la Fondazione Accorsi-Ometto. Curata da Francesco Poli e Luca Motta, l’esposizione presenta un centinaio di opere, provenienti da collezioni pubbliche e private, che attraversano l’intera parabola dell’artista dagli anni Trenta ai primi Duemila.
L’esposizione si apre con la serie di acquerelli realizzati tra la fine degli anni Trenta e i primi anni Quaranta. Nata in una famiglia della benestante borghesia torinese – il padre, Amabile Rama, era un piccolo industriale metalmeccanico che produceva automobili a marchio Sintesi – Carol era solita andare a posare nell’atelier della pittrice Gemma Vercelli, a pochi passi dalla sua casa. Da lei, la giovane apprese i primi rudimenti, trovando poi nella pittura uno strumento per fuggire da quella realtà intima e familiare che, al compimento dei suoi otto anni, divenne sempre più fosca e difficile. In un’intervista su Vogue Italia dell’ottobre 1983, quando Lea Vergine le chiese se avesse avuto un’infanzia felice, Carol Rama rispose: “Fino agli otto anni. Poi più. Ero una sbarbina impaurita dell’esistenza. […] A otto anni ho cominciato a capire che l’isola della felicità non esiste, ma non perché fossi maniaca di grandezza, perché cominciai a patire lo scherno, l’essere caduta in disgrazia presso quell’ambiente che prima mi privilegiava…”.
Agli inizi del terzo decennio del secolo, con l’emergere travolgente della FIAT, l’azienda paterna entrò in crisi e dichiarò il fallimento, i genitori si separarono e l’aggravarsi delle condizioni economiche portò il padre a suicidarsi nel 1942, a cinquantadue anni. Il tenore della famiglia cambiò da un giorno all’altro, aggravandosi ulteriormente con i bombardamenti su Torino che costrinsero Carol, la sorella Emma e la madre a sfollare a Case Rama. Inoltre, già a partire dai primi anni Trenta, la madre, Marta Pugliaro, fu più volte ricoverata, per esaurimento nervoso, nella clinica torinese “I due pini”: l’artista, una volta adulta, raccontò di quanto fosse rimasta affascinata, eccitata, sconcertata quando, dodicenne, in visita presso la madre allettata, assisteva all’incessante e imperterrito deambulare, avanti e indietro per i corridoi manicomiali, di donne giovani e anziane che, nella loro disinibita nudità o seminudità, mettevano in mostra le parti intime. Protagonisti del ciclo di acquarelli di cui, nell’esposizione torinese, si trovano alcuni preziosi esemplari, sono i corpi nudi di donne ritratti in posizioni sguaiate, scostumate. Donne che sfoggiano la vagina, stringono tra le dita serpenti di forma fallica, tirano fuori la lingua aguzza e saettante. Donne mutilate, amputate, legate, distese nude su una barella scricchiolante, accucciate su una sedia a rotelle o nel canto di una spoglia stanza ospedaliera. E poi ci sono gli oggetti: dentiere, scarpe a tacco alto, stole di pelliccia, pennelli da barba, rasoi, pisciatoi maschili, protesi ortopediche.
La mostra “CAROL RAMA Geniale sregolatezza”, a cura di Francesco Poli e Luca Motto, è aperta dal 15 aprile al 14 settembre 2025 presso la Fondazione Accorsi-Ometto a Torino.
“L’erotismo” affermò Carol Rama “per me è il rifiuto di ogni pruderie. È sensualità, rapporto coi sensi, col corpo, femminile e maschile, visto e ‘sezionato’ nelle sue parti anatomiche, in tutte le sue parti e funzioni.” Il suo è un universo post-umano in cui tutto strilla, ruggisce, graffia, in cui la realtà, che sia umana, animale od oggettuale, viene distrutta ed esibita nella sua frantumazione e putrefazione, nel suo delirio parossistico. Fin dalle origini della sua arte, Carol Rama osservò il mondo che le stava intorno e lo ritrasse senza freni, filtri, regole accademiche. “Quando dipingo non ho nessun garbo professionale, nessuna gentilezza, non ho regole” diceva l’artista “non ho mai seguito corsi regolari di pittura, né avuto un’educazione artistica, accademica.”
Indocile all’Accademia Albertina di Belle Arti, frequentò lo studio di Felice Casorati, pittore torinese che la sostenne nell’attività espositiva. Se non fosse che, a quell’epoca, l’aristocratico capoluogo sabaudo non era ancora pronto ad accogliere l’irriverente forza esplosiva della sua giovane cittadina la cui prima mostra, allestita nel 1945 presso l’Opera pia Cucina malati poveri, venne subito chiusa perché reputata offensiva nei confronti del senso del pudore. “Transfuga delle regole, dell’impostura sociale, smodata al pari di un’eretica” come la definiva Lea Vergine, Carol Rama non si piegò di fronte alla pruderie torinese e continuò a dipingere, rifiutandosi di seguire regole, modelli, maestri che non fossero “il senso del peccato”.
Tra i torinesi che le furono più vicini e che la sostennero, ci sono il musicologo Massimo Mila, che le fece conoscere Pavese, l’architetto Carlo Mollino, da cui imparò a guardare l’architettura e il poeta Edoardo Sanguineti con cui, nel secondo dopoguerra, andava a vedere i film al Cineclub. Nel 1971, dopo il sodalizio con il gallerista torinese Luciano Anselmino, Rama fece la conoscenza di artisti internazionali come Andy Warhol e Man Ray. Quando, nel 1996, intervistata dalla Radio Svizzera Italiana, la giornalista Francesca Manzini le chiese di ricordare la sua amicizia con Man Ray, Carol Rama affermò che l’artista statunitense era “una persona difficile, incazzata” e che, a unirli, era proprio la grande rabbia, la grande incazzatura con cui attraversavano la vita, il mondo, l’arte.
Tra gli anni Quaranta e Cinquanta, Carol Rama si legò anche al pittore, filosofo e critico d’arte Albino Galvano, tra i più convinti sostenitori del Movimento Arte Concreta, più noto come MAC, a cui la stessa Carol aderì nel 1952. A quest’epoca, si datano alcuni quadri esposti alla Fondazione Accorsi-Ometto: dipinti a olio su tela in cui la pittrice offre una libera e più felice interpretazione del rigidissimo concretismo di discendenza vandoesburgiana. “Quando ho aderito al MAC, negli anni Cinquanta, credevo di dover guarire da quell’eccesso di libertà che mi era stato rimproverato. Lì avevo trovato un rigore, una possibilità di ri-ordinare il mio lavoro” rivelerà poi l’artista che, proprio in quegli anni, partecipò per la prima volta alla Biennale di Venezia e alla Quadriennale di Roma.
La parentesi MAC ebbe una breve durata e, all’inizio degli anni Sessanta, Rama adottò uno stile vicino all’arte informale, inaugurando l’epoca dei “Bricolages”, definizione che Sanguineti prese in prestito dal Il pensiero selvaggio di Claude Lévi-Strauss per titolare un gruppo di tele in cui l’artista, sulla tipica macchia di derivazione informale, incollò, quasi scagliandoli con furore, collage fatti di occhi di bambola, denti, unghie, siringhe, tappi, fili di ferro, conchigliette, cannule vaginali. “Il mondo di Rama è un recipiente di rifiuti, di no, di brandelli notturni, di escrementi, di turpi grazie” commentò Giorgio Manganelli nel 1985 “non già perché tutto ciò è periferico, ma al contrario perché è un connotato del necessario, del centrale, di tutto ciò che, vivo, per vocazione partecipa del putrefatto e del letale”. La materia putrefatta, abbandonata, disperata del mondo ritorna a vivere nella pittura “impura” di Carol Rama con una straordinaria forza di trasgressione.
Una nuova svolta pittorica si ebbe negli anni Ottanta con un netto ritorno alla figurazione: sullo sfondo di tavole del catasto o sezioni di macchine, riemergono in superficie, come dagli abissi dell’inconscio, le creature eccitanti, inquietanti e colorate degli acquarelli giovanili: donne e uomini nudi, animali, in particolare rane, ranocchie, tori, serpenti. Poi, tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, vedendo in televisione i dimenanti corpi bovini assaliti dal cosiddetto “morbo della mucca pazza”, nacque nell’artista una grande fascinazione mista a turbamento che la portò a eseguire un ciclo di dipinti dedicati alla mucca pazza in cui forme simili a mammelle si dilatano e si contorcono nello spazio come simbolo di vita, morte e desiderio.
Solo negli ultimi vent’anni di vita Carol Rama ottenne un più ampio riconoscimento internazionale. Nel 1993 Achille Bonito Oliva le dedicò una personale alla Biennale di Venezia; nel 2003, Francesco Bonami le assegnò il Leone d’oro alla carriera. A novant’anni entrò nelle prestigiose gallerie Bortolozzi e Lévy-Gorvy, e le sue quotazioni salirono fino a sfiorare il milione di dollari.
Tuttavia, la notorietà internazionale così come l’accurata esegesi del suo corpus, a cura di grandi storici e critici dell’arte, quali Lea Vergine, Paolo Fossati, Guido Curto, Giorgio Verzotti, non bastano a togliere il velo del mistero dal volto dell’arcana regina torinese. “Ma chi è, in verità, Carol Rama?” scriveva, negli anni Ottanta, Lea Vergine e, a questa domanda che, a dieci anni dalla sua morte, continua a risuonare di fronte a ogni creazione uscita dalle sue mani, echeggiano in risposta le parole della stessa Vergine: “nessuno, nessuno può saperlo. L’artista si dà e si nega, gravata da un mistero permanente.”
