"Cadavere squisito" di Agustina Bazterrica

"Cadavere squisito" di Agustina Bazterrica

Cosa ci rende umani? Viene da chiederselo dopo aver letto Cadavere Squisito, romanzo sconvolgente della scrittrice argentina Agustina Bazterrica. Pubblicato nel 2017, grande successo editoriale in molti Paesi, è arrivato in Italia grazie alla casa editrice Eris nel marzo 2024, con una traduzione impeccabile di Francesca Signorello.

Al centro della narrazione distopica c’è una società senza animali, colpiti da un virus misterioso che ha costretto l’umanità a macellarli in massa per liberarsene ed evitare una pandemia letale. Dopo la “Transizione” nei centri industriali dedicati alla produzione di carne animale, si comincia a lavorare una carne “speciale”, quella umana. La pratica del cannibalismo diventa così legale, socialmente accettata come naturale con l’aiuto di un linguaggio manipolatorio del governo, che vieta di nominarla: “Nessuno può chiamarli umani perché significherebbe riconoscere loro un’identità. Li chiamano prodotto, o carne, o cibo. Tranne lui, che preferirebbe non doverli chiamare in nessun modo.” Lui è Marcos Tejo, impiegato in uno dei macelli più rinomati del Paese, con esperienza pregressa nel mattatoio di famiglia, e ci guida in un mondo spietato. Sa fare il suo mestiere meglio degli altri, è il braccio destro del capo, ingranaggio super efficiente del sistema economico, eppure è attanagliato dal peso del suo lavoro, da dilemmi etici e nutre profondi dubbi sulla veridicità della versione istituzionale, convinto che sia una messinscena attuata per far fronte alla sovrappopolazione. 

All’interno della metafora cannibalismo-capitalismo, il ruolo del linguaggio è fra gli aspetti più intriganti della storia. La narrazione è neutrale: Bazterrica ci cala in una società ultraspecista, che attribuisce un valore diverso agli individui della stessa specie, usando una terza persona calibrata, quasi asettica, caratterizzata da frasi brevi e precise, capace di condurci tra le atrocità messe in atto negli allevamenti, nelle concerie, nei macelli. Non mancano dettagli aberranti sulle esecuzioni e sul sezionamento di esseri storditi, a cui si estraggono lingua e occhi, ma la scrittrice per tutto l’arco narrativo non cade mai nella truculenza fine a se stessa, conservando un tono pulito, evitando la virata splatter. Il peso e l’uso delle parole sono un’ossessione del protagonista, un uomo solo, distrutto dal dolore per la perdita del figlio morto in culla, abbandonato dalla moglie le cui parole “si sono riempite di buchi neri”. Anche suo padre, rinchiuso in un istituto psichiatrico, dopo essere rimasto vedovo ormai emette solo lamenti, “le parole sono lì incapsulate. Marciscono, dietro la follia.” 

Troviamo inoltre la già citata strategia propagandistica attuata sulla comunicazione dal governo, che nega l’evidenza della pratica di cannibalismo dandole un altro nome per normalizzarla. Le autorità esercitano il controllo sull’informazione, in modo da filtrare il reale e distorcerlo. Sono infatti vietati tutti i riferimenti al fatto oggettivo: gli umani non sono vittime di assassinii, ma vengono lavorati; su di loro non viene esercitata violenza ma sono applicate le pratiche necessarie a rispondere alla domanda del mercato. Il campo del dicibile viene sapientemente ristretto per non lasciare spazio alla riflessione e all’empatia, che potrebbero sfociare in forme di resistenza, o per lo meno a questionare quanto è dato per normale. La parola è un’arma in grado di costruire realtà o disintegrarle. Nella logica del potere, l’unica soluzione per far fronte a chi infrange le regole, chiamando le cose con il loro nome, è farlo diventare a sua volta carne da macello, inviandolo al Mattatoio Comunale. Un monito per ricordarci che l’uso o meno di certe parole è spesso un coraggioso atto politico.

Nella storia si insinuano due grandi silenzi: quello di Marcos, che a mano a mano che i giorni passano si sente sempre più invaso dalla malinconia per il passato, per un futuro incerto, per l’inadeguatezza che prova nel mondo distorto che lo circonda e verso le persone che si piegano alle sue logiche; e quello rimasto dopo la sparizione degli animali, perché da quando non ci sono più “aleggia un silenzio che nessuno ascolta ma che è lì, a tutte le ore, rimbomba.” 

Ma c’è un ulteriore aspetto, il più spietato, che ha una relazione diretta con la lingua: ai capi allevati, agli esseri umani, vengono tolte le corde vocali. Questo punto apre a riflessioni significative, non solo sulla dimensione pratica, poiché gli umani destinati al macello, vittime di orribili sofferenze, non possono esternare lamento né dolore, ma soprattutto sul concetto di subalternità: avere una voce significa avere il diritto di esprimersi, e quindi di esistere. Togliendo questa possibilità si eradica la componente che rende gli individui dei simili, portando a compimento un processo inesorabile di deumanizzazione. A questo si ricollega l’aspetto legato al corpo, ovvero la sua mercificazione. Il corpo deumanizzato è una merce, con valore meramente economico e funzionale, su cui taluni esercitano un potere di controllo e proprietà. È quello che succede con i capi domestici, di cui i proprietari dispongono secondo il proprio volere. Anche Marcos si imbatte in questa dinamica assurda, dopo che gli viene regalato una PGP, “Prima Generazione Pura”. Si tratta della carne più pregiata, “capi nati e allevati in cattività, non modificati geneticamente né sottoposti a iniezioni per accelerare la crescita.” Una volta che si trova a possederne uno, in lui avviene una progressiva trasformazione, instaurando un rapporto con questa “femmina” (così vengono chiamati i capi donna), e battezzandola Jazmín, contro tutte le regole che vietano di dare loro un nome. La donna simboleggia le profonde divisioni sociali intra-specie, poiché nella gerarchia appartiene alla categoria dei più poveri, degli emarginati, coloro che vengono mangiati dai più privilegiati. Questo gioco di autorità e dislivelli è evidente anche nella figura dei “Necrofagi”, avvoltoi umani, i reietti che si nutrono degli scarti del mattatoio, ormai così violenti da impedire le celebrazioni dei funerali. 

La crudeltà nella società di Bazterrica viene normalizzata, alimentata dalla paura imposta dall’alto, tanto che le incursioni sempre più frequenti di nostalgia di Marcos appaiono come un anacronistico contrasto, un sentimento disallineato rispetto alla realtà circostante. Si ritira spesso in una dimensione di solitudine, di ritorno dai vari fornitori si ferma allo zoo della città, ora abbandonato, in cui si immerge nei ricordi. Luogo dove lo portava suo padre durante l’infanzia, aggancio per i flashback di un passato così remoto da apparire irreale, e dove gli capita persino di assistere alle scene di ragazzini tanto abituati alla violenza da uccidere alcuni cuccioli di cane superstiti e impauriti. 

Gli strati di cui si compongono queste duecentocinquanta pagine scritte in stato di grazia sono innumerevoli. Come un rimando al fanatismo, quando irrompe una setta religiosa con esponenti che decidono di sacrificarsi per nutrire col proprio corpo altri umani. Una lotta per la sopravvivenza portata all’estremo, in cui compaiono anche personaggi famosi che per sanare i debiti sono disposti a rischiare la vita e tentare la fortuna offrendosi come cacciagione. Sono le parole di Urlet, proprietario di una riserva di caccia, a illuminare la dinamica di imbarbarimento irrimediabile in cui si è collassati: “dopotutto, da che mondo è mondo, non facciamo altro che mangiarci a vicenda. Quando non in maniera simbolica, ci fagocitiamo letteralmente. La Transizione ci ha concesso la possibilità di essere meno ipocriti”. Il capitalismo sembra dunque l’unica via possibile, una lenta ma progressiva caduta da cui Marcos non si salva. Anzi viene trascinato anch’egli verso il basso in un finale inevitabile quanto sorprendente, in cui con estremo rigore l’autrice non lascia spazio a nessun afflato moraleggiante. Non c’è redenzione né speranza in una società che si fonda sul male.

Francesca Serotti

Francesca Serotti si laurea in Lingue e Letterature Straniere a Bologna. Dopo un periodo a Parigi e a Milano, dove inizia a fotografare, si trasferisce a Berlino per studiare alla Neue Schule für Fotografie. Le sue fotografie sono state esposte al Festival di Fotografia Europea di Reggio Emilia e all’International Photo Project (Fondo Malerba per la Fotografia). Nel 2018 rientra in Italia e fonda l’etichetta musicale “Lady Blunt Records”.

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