Il talento di Berthe Morisot: ritratto della prima pittrice impressionista
Senza professione», così venne indicato sul certificato di morte di Berthe Morisot, avvenuta nel 1895 quando l’artista aveva 54 anni. “È uno degli episodi di negazione più celebri e più crudeli della storia dell’arte europea, offensivo dell’attività e della persona di una artista straordinaria”, scrive la storica dell’arte Laura Iamurri nell’introduzione di Berthe Morisot, libro che riunisce le testimonianze dei poeti Stéphane Mallarmé e Paul Valery, curato da Jessica Perna e tradotto da Paolo Martore, edito da Castelvecchi. Negazione che risulta ancora più crudele, vista la storia artistica di Morisot: prima e unica donna, fino a Mary Cassatt e Marie Bracquemond alla fine degli anni Settanta, a rappresentare l’arte impressionista.
Morisot è stata una pittrice di grande spessore e talento, come le hanno riconosciuto i colleghi e gli intellettuali dell’epoca, tra cui Mallarmè, divenuto amico fidato, al punto che gli chiese, prossima alla morte, di diventare tutore della figlia, insieme a Degas e Renoir.
Il poeta francese ne ricambiava affetto e apprezzamento. Di lei scrive nel primo dei tre testi che compongono il libro: “ammirazione e solitudine non le sono mai mancate. Anche perché – e si guardi alle pareti –, a proposito di colei il cui encomio corrente vuole che il talento denoti la donna – più ancora che l’artista: la sua opera riuscita, stando alla stima di alcuni grandi originali che la consideravano compagna di lotta, vale, autonoma, quanto la loro e si colloca perfettamente nella storia della pittura di questo scorcio di secolo.”
Gli altri due testi si devono a Paul Valery che, avendo trent’anni meno di Morisot, non poté attingere alle proprie memorie personali ma, nel 1900, entrò a far parte della famiglia sposando una delle nipoti della pittrice.
Nel primo testo, dai toni più familiari come si evince dal titolo, Zia Berthe, si sofferma sulla sfera intima dell’artista: “Quanto alla sua personalità, è noto che fu delle più schive e riservate; distinta per natura; facilmente, pericolosamente taciturna; inconsapevole d’imporre un’inspiegabile distanza a chiunque l’avvicinasse senza essere uno dei grandi artisti dell’epoca.”
Nel secondo testo, A proposito di Berthe, sottolinea l’inscindibile legame donna-artista. L’arte è stato il suo modo di stare al mondo: “[…] la singolarità di Berthe Morisot fu di vivere la propria pittura e di dipingere la propria vita, quasi fosse per lei una funzione naturale e necessaria, connessa al suo regime vitale, che scambia l’osservazione con l’azione e la volontà creatrice con la luce… È questo che conferisce alle sue opere il fascino tutto particolare di una stretta e pressoché indissolubile relazione tra l’ideale artistico e l’intimità esistenziale.”
Un legame che si scontrò, a più riprese e intensità, con le limitazioni dell’altolocata famiglia borghese di cui faceva parte e della società del tempo, a partire dagli anni della formazione. “Non potendola mandare all’École des Beaux-Arts, preclusa alle donne, l’aveva iscritta, assieme alle sorelle, Yves e Edma, ai corsi di disegno tenuti da Guichard, poi a quelli di Corot. E non aveva avuto torto a investire in quella direzione: nel torno di qualche anno, Edma e Berthe s’erano impadronite del mestiere, e i loro oli erano stati bene accolti nei Salon” scrive Adriana Assini a proposito di Marie-Cornélie, madre della pittrice, nelle prime pagine del libro Berthe Morisot Le luci, gli abissi, edito da Scrittura e Scritture.
Nel luglio del 1868, nella Galleria de’ Medici del museo del Louvre, mentre con la sorella Edma copiava un Rubens, Morisot conobbe Édouard Manet, a presentarglielo il pittore e amico comune Henri Fantin-Latour. Un incontro che la segnerà sia a livello artistico che umano.
Manet rimase colpito dai tratti riprodotti da Morisot ma anche da quelli del suo viso e le propose di fargli da modella: “Come voi avete saputo evidenziare il nero delle figure di Rubens, così mi piacerebbe cogliere e far vibrare il nero della vostra persona.”
Il Balcone fu il primo di una serie di ritratti che le dedicò. La ritrasse seduta, appoggiata alla ringhiera verde del balcone, lo sguardo fisso e profondo.
“ – Toglietemi una curiosità, Monsieur, per quale motivo mi avete fatto gli occhi più scuri del carbone? Non vi siete accorto che sono verdi come le muffe degli stagni?
– Dipingo ciò che vedo, ma chère, e nel vostro sguardo non scorgo riflessi di acqua palustri, bensì un regno di ombre, imponderabile e magnetico, che esige un nero implacabile e profondo…”
Il pittore dell’Olympia si divertì a dipingerla in pose diverse e con accessori sempre nuovi: una volta col manicotto di pelliccia e l’aria distratta, un’altra seduta di profilo con il piglio attento, nel pieno di una conversazione.
I dipinti Il riposo e Berthe Morisot con la scarpa rosa insinuarono il dubbio di una possibile liaison sentimentale tra i due. Nella prima opera, Morisot è adagiata su un divano, il corpo è rilassato, nella mano destra tiene il ventaglio chiuso e l’espressione appare distratta da pensieri romantici. Nella seconda, la pittrice-modella è stata raffigurata in piedi, le guance arrossate, colta nel pieno della sua intimità, con indosso una vestaglia nera dalla quale emerge una scarpa rosa. È innegabile che i due erano legati da quelle che Baudelaire chiamò Correspondances, corrispondenze che trovarono più spazio nelle tele che non nella vita reale.
Berthe Morisot Le luci, gli abissi, edito da Scrittura e Scritture (pag. 224, €16,90)
Le impressioni di Berthe, edito da Graphofeel (pag. 298, €18)
Gli anni da modella furono anche quelli in cui Morisot crebbe e si affermò come pittrice. Vista del porticciolo di Lorient, un olio su tela col quale aveva consegnato la sorella Edma ai posteri, avvolta in un abito evanescente come le acque del mare circostante, con qualche barca da pesca sullo sfondo, rappresentò il quadro della sua evoluzione artistica. “Non conosco altri che riescano a tramutare con la stessa vostra grazia l’ordinario in straordinario”, furono le parole di Manet alla vista del dipinto.
Grazie a lui, la pittrice entrò in contatto con artisti e intellettuali, da Edgar Degas a Pierre Puvis de Chavannes, familiarizzò con scrittori, da Émile Zola a Zacharie Astruc, che iniziarono a frequentare il suo salotto a Passy, insieme a Manet e a personalità della politica e della vita pubblica. “Quelli dell’entourage di Batignolles sono per me una fonte inesauribile d’energia a cui mi abbevero senza esserne mai sazia. Malgrado spesso litighino, la reciproca stima non ne risente. In ogni nostro incontro, apprendiamo sempre qualcosa l’uno dall’altro.”
Non potendo partecipare ai loro ritrovi al Café Guerbois, inaccessibile per una signora dell’alta borghesia come lei, era nello studio di Manet, sito proprio nel quartiere parigino di Batignolles, nei salotti e posti per bene che Berthe Morisot trovava idee e ispirazioni. “Le donne ammodo s’incontravano in casa, o in luoghi più discreti, dalla clientela selezionata, come la lussuosa Tour d’Argent, bordo Senna, o la Cloiserie de Lilas, dove si gustavano anche i favolosi tè della Maison Mariage Fréres, un tempo fornitore ufficiale del Re Sole.”
Vincolo che condizionò la scelta dei soggetti da rappresentare – le persone care in contesti domestici – e che portò i critici a definire la sua pittura femminile.
Cercò però di sfruttarlo a suo favore, come ci ricorda Stella Stollo tra le pagine di Le impressioni di Berthe, edito da Graphofeel: “Come donna, mi dovrò pur limitare a dipingere soggetti domestici, ma non sono disposta a farlo come una vecchia signora d’altri tempi; lo farò seguendo le tecniche più innovative e stando al passo con le teorie all’avanguardia, mi adoprerò affinché la mia arte esca dai confini dell’ambiente domestico e famigliare e il suo valore venga riconosciuto ovunque.”
Attraverso i suoi dipinti Morisot veicolava idee spesso in controtendenza con le opinioni dell’epoca. La lettura, ad esempio, in cui ritrasse la madre che legge un libro alla sorella Edma, è pensato per sottolineare il rapporto della pittrice con la lettura e quello che rappresentava per lei: “L’emancipazione si conquista soprattutto attraverso i libri e la cultura […] La lettura, la conoscenza della storia e del mondo, sono gli strumenti più potenti per acquistare consapevolezza del nostro valore e delle nostre capacità.”
Dalle serie di opere raffiguranti donne allo specchio (Psyche, Davanti allo specchio, Donna alla sua toilette) che cercano un misterioso spiraglio sulla propria anima, fino all’Autoritratto con indosso gli abiti da lavoro, tavolozza e pennello in mano, sguardo dritto, sicuro e consapevole del suo talento: di quadro in quadro, il lavoro artistico di Morisot conquistò sempre più consensi tra i colleghi, tra cui Edgar Degas.
Il pittore delle ballerine le suggerì un cambio di prospettiva sia in termini di tecnica (“Non vi limitate ai ritratti: per quanto io sia restio ad ammettere il fascino della natura, non posso fare a meno di lodare la vostra bravura di paesaggista, soprattutto con gli acquerelli”) che di riscontro economico, rompendo un grosso tabù dell’epoca (“Incanalate piuttosto le vostre energie per abbattere i pregiudizi nel mondo dell’arte e dimostrare a tutti che anche una donna può superare il dilettantismo e fare la pittrice di professione, vendendo le proprie opere”).
Nell’estate del 1872, Morisot riuscì a vendere quattro quadri, tre dei quali erano degli acquerelli, molto apprezzati e lodati dal mercante d’arte Paul Durand-Ruel. Seguirono altri lavori e vendite. La reazione della pittrice fu sia di orgoglio (“Sono così felice per la vendita dei miei quadri! Ho appena iniziato a costruire la mia professione di artista. C’è ancora tanto da lavorare, da lottare, da abbattere, da superare”) che di disagio (“persevero nel provare imbarazzo quando devo trattare di denaro, percependo la transazione come qualcosa di “sporco”, un’attività poco femminile”).
Per quanto concerne la sfera personale, aveva rifiutato la corte di diversi pretendenti, nonostante le insistenze della madre a mettere su famiglia come le sorelle.
Una volta affermatasi come artista, trovò nel fratello di Manet, Eugène, un marito amorevole e rispettoso della sua persona, ma soprattutto della sua arte. Fu il primo a sostenerla, facendole da modello, incentivandola a dipingere ed esporre, anche dopo la nascita della figlia.
A differenza di molte sue amiche che promuovevano i propri lavori artistici con pseudonimi maschili (Adèle d’Affry, vedova del duca di Castiglione Colonna, aveva protetto la sua attività di scultrice adottando il nome d’arte Marcelo, l’eccentrica romanziera Sand per non precludersi il favore dei lettori si faceva chiamare George), Morisot alzò il livello del confronto, decisa a farcela col proprio nome, al femminile, pure da sposata.
Negli anni, uscì fuori dai confini nazionali sia come studiosa di grandi maestri (si recò a Madrid per perdersi nei vividi tocchi di pennello di Velázquez e nel nero rilucente della pittura di Goya, a Londra per ammirare le opere di Turner) che come artista, esponendo nella capitale inglese.
L’ultimo atto rivoluzionario di Morisot come donna e artista fu l’iscrizione nel 1873 alla Società Anonima di Artisti, Pittori, Scultori e Incisori, nata con lo scopo di riformare il mondo dell’arte esteticamente e ideologicamente. Con gli artisti di cui ne facevano parte, allestì una mostra alternativa nello studio del fotografo Nadar, grande estimatore del movimento impressionista, e vi partecipò in veste di unica rappresentante femminile con nove opere tra acquerelli, pastelli e oli.
Pur suscitando lo sdegno degli accademici, i suoi dipinti furono apprezzati per la loro delicata vena poetica. Espose con continuità le sue opere alle mostre collettive organizzate con cadenza regolare tra il 1874 e il 1886, saltando solo l’appuntamento del 1879 in seguito alla nascita della figlia Julie. La sua bravura venne riconosciuta in vita anche dalla critica: “Nessuno rappresenta l’impressionismo con un talento più raffinato di questo e con un’autorevolezza maggiore di quella di Mme Morisot” (Gustave Geoffrey, 1881).
La retrospettiva organizzata nel marzo 1896 presso la galleria Durand-Ruel da Degas, Renoir e Monet, con prefazione in catalogo di Mallarmé, fu l’estremo omaggio con cui i grandi protagonisti dell’Impressionismo testimoniarono la loro amicizia e ammirazione per il talento della pittrice e per la sua dedizione al movimento. A essere esposti trecentonovantaquattro opere, tra dipinti, disegni e acquerelli.
Nonostante ciò, dopo la sua morte, la reputazione di Berthe Morisot incontrò il destino di tante altre artiste donne: dimenticata dalla storia dell’arte, il suo ruolo si ridusse quasi esclusivamente a quello di cognata e modella di Edouard Manet. Solo dopo un secolo, il suo valore personale e artistico cominciò a essere rivalutato, accanto agli eminenti colleghi.
Nella stagione in cui ricorrono i 150 anni dalla nascita dell’Impressionismo, Genova e Torino la omaggiano con due mostre, a Palazzo Ducale e alla GAM (Galleria d’Arte Moderna), visitabili rispettivamente fino al 23 febbraio e al 9 marzo. Occasioni imperdibili per immergersi nelle tele, oltre che nei libri, che raccontano la vita di Berthe Marie Pauline Morisot, professione: pittrice, “indomita, ribelle, tenace” come è narrata nella graphic novel Berthe Morisot Pittrice a tutti i costi scritta da Maria Cristina Bulgheri, illustrata da Marina Cremonini, edita da Paesi Edizioni. La “maga dell’arte”, secondo colleghi e amici, che è riuscita a nutrire e nutrirsi del suo talento, andando oltre i limiti del tempo.
